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IL MEDIOEVO -
LA SARDEGNA NEL MEDIOEVO - LA BATTAGLIA
DI SANLURI, 1409
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Medioevo, Medioevale: un nome e un aggettivo che vengono usati dai giornali e dalla televisione comunemente in senso negativo, ad indicare qualsiasi cosa brutta o terribile che accade. Il linguaggio corrente è, in questi casi, erede di una leggenda nera che, nata nel Rinascimento, ampliatasi con la Riforma Protestante e impostasi con l'illuminiamo, ha voluto vedere nei secoli che vanno dalla crisi dell'impero Romano (IV/V sec.) all'Umanesimo (XV secolo) soltanto lo scorrere di secoli bui, di un'età intermedia, appunto, tra due epoche di splendore. Ormai, però, la ricerca storica ha dimostrato, al contrario, la ricchezza spirituale e la creatività materiale di quel millennio, nel quale, sulle rovine della civiltà classica, seppe faticosamente, ma tenacemente, costruire una civiltà varia, ricca, articolata. Ne sono testimonianza eloquente gli splendidi monumenti, religiosi e civili, che ancora arricchiscono le città d'Italia e d'Europa: quell'Europa che, se non vuole essere basata soltanto su interessi economici di alcuni paesi e alcuni gruppi, deve riconoscere le proprie lontane radici proprio in quei secoli, caratterizzati da una profonda unità culturale e da una costante tensione verso l'unità pur nel riconoscimento delle differenze locali e regionali. Al Medioevo si devono istituzioni come gli ospedali, le scuole pubbliche, le università, i parlamenti; ma anche gli occhiali, la ferratura dei cavalli e la staffa, l'aratro pesante, la diffusione dei mulini ad acqua e a vento, la bussola, il timone delle navi, la polvere da sparo tanto per citare soltanto alcune delle molte invenzioni di un'epoca caratterizzata da un notevole progresso tecnologico.
Fu verso la fine di quel millennio che nacquero la banca e le assicurazioni, i conti correnti e gli assegni, la cambiale e la contabilità in partita doppia; fu allora che si diffusero in Occidente le cifre arabe e lo zero, condizioni per lo sviluppo dell'aritmetica e dell'algebra. Naturalmente quel millennio non può essere considerato come un blocco unico. Dobbiamo distinguere: un alto Medioevo, fino al Mille, con la fusione nel crogiuolo costituito dal Cristianesimo delle popolazioni romanizzate e dei vari popoli barbari, Germani prima, e poi Slavi, Ungari, Scandinavi; un Medioevo centrale, caratterizzato da un grande sviluppo delle città e da una ripresa dei traffici commerciali, nonché dalle realizzazioni di grandi sintesi filosofiche (come la summa Teologica di San Tommaso d'Aquino) e poetiche (come la Divina Commedia di Dante Alighieri); un tardo Medioevo in cui conflitti religiosi e sociali denotano l'incrinarsi di una civiltà, anche se pur sempre con opere artistiche e letterarie di grande valore. Comunque, elemento comune a tutti i periodi fu l'ispirazione cristiana di base non solo della cultura, ma anche della vita quotidiana, del diritto e delle istituzioni politiche.
La Sardegna conobbe nel Medioevo una sua storia particolare, ricca di caratteri originali. Dopo la dominazione vandalica e la riconquista di Giustiniano, a seguito della quale fu incorporata nell'impero Romano d'Oriente, in conseguenza dell'espansione araba e della islamizzazione della Sicilia, l'isola rimase sostanzialmente abbandonata a se stessa. Sul piano religioso la Chiesa sarda, grecizzata, era di fatto autonoma; su quello politico nacquero, tra IX e X secolo, quattro stati, veri e propri regni, chiamati giudicati: Calari, Arborea, Torres o Logudoro e Gallura; su quello militare la Sardegna fu soggetta a molte scorrerie musulmane senza essere mai conquistata. All'inizio dell'Xl secolo, l'intervento di Pisa e di Genova, sollecitate dal papato, portò al fallimento dei tentativo di conquista di Mughaid, re di Denia e delle Baleari (1015-1016) e favorì la ripresa dei contatti economici e politici degli stati dell'isola con l'Occidente europeo ed in particolare con le due città marinare dei Tirreno, dapprima alleate nella riconquista dei Mediterraneo occidentale, poi, dal XII secolo, in aspra lotta tra di loro per la supremazia marittima. Contemporaneamente il papato e vari ordini monastici benedettini avviavano un processo di rilatinizzazione della vita religiosa, delle istituzioni ecclesiastiche e della cultura in generale. Tuttavia si era formata, nel frattempo, la lingua sarda, precocemente utilizzata anche nei documenti, molto conservatrice rispetto al latino, con tratti assolutamente distinti dall'italiano e dalle altre lingue neolatine, diversificata, al suo interno, in varianti locali riconducibili a due grandi aree, quella logudorese e quella campidanese. I quattro regni giudicali avevano proprie tradizioni giuridiche ed ebbero istituzioni caratteristiche, come la corona de logu e la suddivisione in curatorie. La base dell'insediamento era costituita dai villaggi (vílle); ma tra XII e XIII secolo si ebbero la nascita o rinascita delle città ed il loro rapido sviluppo: Castel di Castro (Cagliari), Villa di Chiesa(Iglesias), Oristano, Bosa, Alghero, Sassari, Castelgenovese (Castelsardo), Terranova o Civíta (Olbia). Verso la fine dei XII secolo e all'inizio dei XIII, parallelamente alla crescente penetrazione economica dei mercanti pisani e genovesi, dinastie di origine continentale, pisane o legate a Pisa, si sostituirono alle dinastie indigene. Poi i giudicati entrarono in crisi: quello turritano esplose per la spinta autonomistica del comune di Sassari e la nascita di signorie di casate liguri (Doria e Malaspina); quello di Gallura, a lungo governato dalla casata pisana dei Visconti, passò sotto il diretto governo del comune di Pisa; quello di Calari fu smembrato tra le casate dei Gherardesca, dei da Capraia e dei Visconti dopo la guerra pisano-genovese del 1256-58, mentre Cagliari diventava un comune sottoposto a Pisa anche se con larga autonomia.
Gli stemmi di Sardegna e Corsica da un armoriale conservato in Belgio del XIV secolo Nel 1297 il pontefice Bonifacio VIII, forte delle mai rinnegate pretese di alta sovranità del papato e intento a risolvere i problemi mediterranei sorti dai Vespri Siciliani, creò il Regno di Sardegna e Corsica, infeudandolo alla Corona d'Aragona, allora formata dai regni di Aragona e Valenza e dalla contea di Catalogna, cui si aggiunsero poi il regno di Maiorca, quello di Sicilia e, infine, nel XV secolo, anche il regno di Napoli. Peraltro, soltanto con la spedizione decisa dal re Giacomo Il e guidata dall'infante Alfonso, alleati del sopravvissuto giudicato d'Arborea e con le due guerre pisano-aragonesi (1323-24 e 1325-26) il Regno diventò realtà, con la conseguente introduzione del feudalesimo, salvo le principali città che restarono direttamente soggette al sovrano. Nel 1355 fu introdotto in esso anche l'istituto parlamentare. Presto scoppiarono rivolte nella parte settentrionale dell'isola (Sassari, Doria, Malaspina); ma la situazione precipitò definitivamente quando il giudice Mariano IV d'Arborea entrò in guerra con il re Pietro IV, che cercava di ridurlo al rango di un qualsiasi feudatario. Così, nella seconda metà dei Trecento si apriva una lunga guerra, nella quale il giudicato d'Arborea divenne punto di riferimento nazionale per il popolo sardo. La battaglia di Sanluri e la fine del giudicato d'Arborea segneranno, all'inizio dei Quattrocento, l'estensione effettiva dei Regno di Sardegna a tutto il territorio dell'isola. Sanluri: La Battaglia dei Re M artino il Giovane, re di Sicilia e figlio primogenito erede al trono dell'Aragona era passato in Sardegna (dalla Sicilia) nell'ottobre del 1408; al suo seguito vi erano molti nobili siciliani e siculo-aragonesi interessati alla conquista definitiva dell'isola e alla sua spartizione in feudi. Il primogenito comunicò subito al padre Martino V il Vecchio, la volontà di risolvere la questione con una campagna militare ma tuttavia tentò, allo stesso tempo la via delle trattative. Mentre la diplomazia era all'opera, Martino il Giovane continuò a chiedere aiuti sia ai suoi sudditi siciliani, sia al padre. Tali aiuti si concretizzarono in denaro, cavalli, soldati e vettovaglie. I tentativi di giungere ad una pace non giunsero a buon esito: sia Guglielmo, Visconte di Narbona e giudice d'Arborea, sia il Consiglio dei dodici (un gruppo di nobili sardi che seguivano e controllavano nelle sue attività il giudice) reputarono sconvenienti le proposte di Pace dell'erede al trono aragonese; nel mese di giugno del 1409 il suo apparato bellico si poteva considerare pronto per la battaglia campale contro i sardi. Il 12 Giugno, un primo contingente di soldati catalani si recò a Sanluri, il borgo fortificato del Campidano nel quale il Visconte aveva deciso di arretrare le difese ed attestarsi.
Il Visconte di Narbona, (Paolo Tatti), in una fase del Reenactment "Sa Battalla" di Sanluri L'avanzata di tale contingente filò senza intoppi di sorta fin nei pressi di Sanluri. Giunto lì, si trovò di fronte le mura del borgo gremite di soldati e le porte chiuse. Constatata la volontà dei sardi di non accettare una battaglia campale, dopo aver fatto una razzia di bestiame, le truppe catalane rientrarono verso Cagliari; a quel punto un gruppo di cento cavalieri e duecento fanti sardi si mise all'inseguimento per attaccarne la retroguardia. Nonostante l'ordine ricevuto di non abbandonarsi a scaramucce, una parte dei cavalieri catalani ritornò indietro per affrontare i sardi. Ne nacque un breve scontro dopo il quale i sardi retrocedettero di nuovo verso Sanluri. Il 26 dello stesso mese di Giugno, Martino il Giovane partì da Cagliari con tutto l'esercito che doveva affrontare i sardo-arborensi e con le macchine da guerra che dovevano servire per l'assedio. Dopo tre giorni di lento avvicinamento (è chiaro che le macchine da guerra causavano lentezza negli spostamenti) i catalani si accamparono, per il gran caldo, vicino ad un fiume (presumibilmente il Flumini Mannu).Il giorno dopo, 30 Giugno 1409, di domenica, Martino partì dall'accampamento verso Sanluri, con l'intenzione di assediarla. Evidentemente non credeva che i sardi avrebbero accettato la battaglia campale, il giudizio di Dio. A comando dell'avanguardia vi era Pietro de Torrelles, nominato maresciallo di tutto l'esercito, con parte della cavalleria, seguiva il re con il resto della cavalleria e la retroguardia, formata dalla fanteria. Martino non aveva scartato l'ipotesi che i sardi potessero improvvisamente attaccare e così aveva ordinato che 500 fra i migliori bacinetes (così chiamati per il tipo di elmo che portavano, il bacinetto) dell'avanguardia si tenessero pronti a scendere da cavallo se i sardi avessero attaccato con la fanteria, "com'era loro abitudine". All'improvviso i sardi uscirono da dietro un poggio (che stava vicino alla villa di Sanluri), l'attuale Bruncu de Sa Battalla. A quel punto Martino cambiò l'ordine di battaglia: salì su un poggio che stava di fronte al Bruncu de Sa Battalla con tutta la cavalleria (presumibilmente a circa 300 metri, considerato lo spazio disponibile in quella zona). A sinistra di tale poggio schierò la fanteria, con le macchine da guerra. Lo scontro ebbe un esito negativo per i sardi: i ranghi si sfaldarono e una parte dell'esercito sardo, ormai in disfatta, fuggì o forse tentò di conquistare una posizione favorevole per riorganizzare le difese. In una collinetta a breve distanza dal Bruncu de Sa Battalla, verso Sud-Est, si consumò l'ultimo atto di quegli uomini che avevano cercato di difendersi fino all'ultimo: furono quasi tutti uccisi e il ricordo della carneficina diede poi il nome alla collinetta ( S'Occidroxiu cioè il macello). Mentre il l'erede al trono di Aragona e le sue truppe continuavano ad inseguire i resti dell'esercito sardo, la fanteria con le macchine da guerra attaccava il borgo di Sanluri e il castello che era parte integrante delle mura. Riuscirono a entrarvi e misero a sacco la villa. Guglielmo di Narbona, vista persa la battaglia e il borgo, si rifugiò nel castello di Monreale (vicino a Sardara) con il resto dell'esercito che era sopravvissuto. Grande fu la gioia di Martino il Vecchio nell'apprendere la notizia della vittoria; riteneva che la sconfitta dei sardi fosse definitiva. Ma, come spesso avvenne per tutte le grandi battaglie nel Medioevo, anche la battaglia di Sanluri non fu decisiva. Se ne rendeva conto lo stesso Martino il Giovane che, verso il 10 di Luglio, scrivendo da Cagliari, alla consorte Bianca di Castiglia, riferiva che tutte le campagne intorno a Sanluri erano in mano catalano-aragonese, ma non i castelli. Chiedeva quindi ulteriori aiuti per poter arrivare ad assediare Oristano ed estirpare alla radice quello che per lui era "un male". Ma il 25 di luglio moriva, presumibilmente di malaria. La guerra proseguì ancora. |
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