![]() |
|
|
|
L'ATTACCO CONTRO IL SUD DELLA SARDEGNA Giunse per prima in vista delle coste sarde la squadra navale di La Touche-Trèville, promosso in quei giorni al grado di contrammiraglio per aver condotto egregiamente a termine la spedizione punitiva contro Napoli. L'improvvisa apparizione al largo del golfo di Cagliari, il 21 dicembre 1792, di tante navi da guerra quante mai si erano viste suscitò una vivissima emozione fra i cittadini. Ma nella notte si levò una così furiosa libecciata, che il convoglio fu ridotto a mal partito e costretto a rifugiarsi parte a Napoli, parte in Sicilia e parte perfino sulle coste dell'Africa.
Carta della penisola di S.Antioco e del Golfo di Palmas nel 25 maggio 1793 con in evidenza la formazione navale francese. Acquerello di G.Maina. Le navi disperse, via via che erano riparate, si radunarono, come era previsto, nel golfo di Palmas, dopo essersi presentate ancora una volta, il 29 dicembre, alla vista dei Cagliaritani. Questi, presi da rinnovata emozione, affrettarono i preparativi di difesa scavando trincee e fossati e costruendo nuove postazioni di artiglieria sul molo e nella darsena. Un episodio significativo dimostra con quanta lentezza e difficoltà procedessero gli approntamenti difensivi: le artiglierie leggere montate sui carri non potevano essere sollecitamente ed opportunamente dislocate nelle postazioni perché, pur essendovene qualche disponibilità nei magazzini, non si trovavano i cavalli necessari per il trasporto, né il governo viceregio aveva tanta autorità da concedere ad altri fabbri il privilegio della ferratura dei pochi cavalli disponibili riservato in esclusiva ad un solo artigiano piemontese. Mentre ai primi di gennaio del 1793 la flotta francese andava concentrandosi nel golfo di Palmas, a Cagliari avveniva un fatto singolare e inusitato nella storia delle istituzioni sarde: la risoluzione dello Stamento militare di avvalersi dell'antico diritto di autoconvocazione e di provvedere alla difesa con la propria iniziativa per sopperire all'inerzia del governo viceregio. I feudatari pretesero dal Balbiano la nomina di un Consiglio di guerra, gli ingiunsero di far sgombrare le truppe e le artiglierie dalle isolette di S.Pietro e di S.Antioco e rinnovarono le precedenti offerte di denaro e di vettovaglie. Il vicerè finse di gradire il loro zelo patriottico, ma in sostanza disdegnò quella non richiesta intromissione e non tralasciò occasione per disattendere ad ostacolare quanto di buono e di utile essi cercavano di fare. Il clero, da parte sua, esercitò un'attivissima predicazione in difesa del trono e dell'altare minacciati. S.Efisio, protettore di Cagliari, fu proclamato generalissimo dei Sardi ed il suo simulacro fu portato in solenne processione per le vie, mentre l'Arcivescovo Melano, in mezzo ad una moltitudine infervorata, benediceva le batterie della città. Il 7 gennaio 1793 il contrammiraglio La Touche-Tréville diede inizio alle operazioni per la presa di Carloforte. Comandava quel presidio l'ufficiale di Marina De Nobili. Conformemente agli ordini da poco ricevuti egli provvide subito a mettere in salvo i suoi uomini, ma non poté portarsi appresso le artiglierie, che tuttavia rese inservibili inchiodandole. La popolazione carolina, formata di tabarchini riscattati alla schiavitù dei barbareschi, non volle abbandonare l'isoletta. Qualche autore sostiene che gli abitanti, prima che i Francesi prendessero terra, provvidero a deporre dal piedistallo e a sotterrare la statua del re Carlo Emanuele III, fondatore di quella colonia; altri, meno verosimilmente, affermarono che l'operazione fu fatta alla presenza degli stessi soldati francesi. Questi sbarcarono l'8 gennaio senza colpo ferire. Il loro primo atto fu quello di innalzare l'albero della libertà. La popolazione li accolse con simpatia, sentimento che si trasformò in vero entusiasmo quando Filippo Buonarroti, sbarcato al seguito delle truppe, con un infiammato discorso spiegò i principi di libertà, di eguaglianza e di giustizia posti a fondamento del nuovo regime repubblicano che stava per essere instaurato. In ricordo di quel giorno memorabile l'isola di S.Pietro fu ribattezzata con il nome augurale di Isola della Libertà; poi, secondo i principi predicati e da tutti accettati, fu scelto un giudice di pace che esercitasse la giurisdizione civile e criminale e furono democraticamente eletti i rappresentanti della municipalità.
Artigliere del Regno di Sardegna nell'uniforme del 1793. Scala 75mm, autore Antonello Fadda. Il 10 gennaio si festeggiò solennemente l'avvento del nuovo regime: le donne abbandonarono la loro tradizionale riservatezza e con i loro uomini si unirono ai soldati francesi per danzare la farandola intorno all'albero della libertà. Nei giorni successivi Buonarroti curò la redazione della costituzione repubblicana dell'Isola della Libertà: documento singolarissimo ed estremamente importante, di cui purtroppo si conosce solo genericamente il contenuto, essendo stato smarrito il testo originale. Se qualche fortunato ricercatore d'archivio riuscisse a rintracciarlo, avremmo la documentazione che proprio in Sardegna, sia pure in una ristretta comunità come quella di Carloforte, fu applicato per la prima volta, con una formulazione di principi filosofici oltre che con la pratica attuazione di organismi politici ed amministrativi, lo schema costituzionale che da poco aveva preparato l'Assemblea Costituente francese. L'importanza è accresciuta dal fatto che esso fu redatto da quel Filippo Buonarroti che la più accreditata storiografia reputa, fra i giacobini italiani, come il più importante precursore del Risorgimento. Il contrammiraglio Truguet giunse nelle acque del golfo di Palmas qualche giorno dopo La Touche-Tréville ed iniziò subito l'attacco contro la vicina isoletta di S.Antioco, unita alla costa sarda per mezzo di una stretta lingua di terra. La presa di S.Antioco aveva per i Francesi una notevole importanza, poiché assicurava alla flotta una munita base di operazioni e consentiva al corpo di spedizione di porre facilmente il piede a terra e di sorprendere Cagliari alle spalle dopo due soli giorni di marcia. L'attacco fu sferrato il 14 gennaio. Truguet mandò avanti un parlamentare per intimare la resa al presidio e concedere una breve tregua per lo sgombero della popolazione.
La difesa di cagliari nel 1793 di Quinto Cenni. Il comandante sardo Camurati, ufficiale dei dragoni, per tutta risposta, vedendo che durante la tregua i Francesi sbarcavano presso Calasetta, fece prigioniero il parlamentare, provvide a mettere in salvo gli abitanti e si ritirò con i suoi dragoni fino all'istmo di S.Caterina. Così i Francesi poterono facilmente occupare anche S.Antioco, dove costruirono le prime opere difensive. Quando si ritennero al sicuro da ogni sorpresa, vollero tentare una sortita oltre l'istmo, ma furono affrontati da un drappello di sette animosi miliziani e sanguinosamente respinti. Il Truguet, allora, considerate le difficoltà di uno sbarco nel Sulcis, fece volta verso Cagliari, fulminando minacce di severissime rappresaglie per l'offesa fatta alla bandiera francese con l'arresto dell'ufficiale parlamentare. Nella capitale incominciavano già a radunarsi le prime compagnie di miliziani arruolate a spese dello Stamento militare; ma fra le autorità governative e gli Stamenti non vi era né concordia né unità di intenti. Il vicerè perseverava nel suo atteggiamento chiuso e contegnoso; i comandanti delle truppe regolari non vedevano di buon occhio l'intromissione di elementi estranei; in seno allo Stamento militare apparivano già i primi segni di dissidio fra i nobili cagliaritani e quelli sassaresi; gli altri due Stamenti, quello ecclesiastico e quello reale, si restringevano a scambiarsi messaggi e a rinnovare al vicerè platoniche offerte di collaborazione. La flotta francese gettò le ancore nella rada di Cagliari il 23 gennaio con uno spiegamento di forze veramente poderoso. Il comandante Truguet, prima di procedere all'attacco, intimò la resa mandando avanti una scialuppa parlamentare, che portava a bordo, oltre che un certo numero di soldati armati, un ufficiale e il commissario civile Peraldi; c'era anche Filippo Buonarroti, che contava di diffondere in mezzo al popolo un proclama inneggiante alla libertà e all'uguaglianza non appena il vicerè avesse accettato l'intimazione. Ma un gruppo di miliziani appostati nel molo con una nutrita scarica di moschetteria costrinse i parlamentari a riprendere precipitosamente il largo. Dopo quell'increscioso episodio, deplorato dagli stessi Sardi, il popolo fu preso dal timore delle feroci rappresaglie francesi.
Gruppo di miliziani sardi nei diversi paludamenti,e armati di "cannete", fucili sardi. La reazione di Truguet, infatti, non si fece attendere. Il 27 gennaio ebbe inizio il primo bombardamento navale di Cagliari. I vascelli nemici, però, si tennero prudentemente fuori della gittata delle batterie costiere e i loro colpi non ebbero alcuna efficacia. Più intenso fu il cannoneggiamento del giorno successivo, ma i danni materiali risultarono di scarsa entità. Dopo quel battesimo di fuoco i difensori ebbero l'impressione che una flotta in apparenza così potente non fosse poi tanto temibile: in tutti fu rafforzato lo spirito di resistenza e alimentata la speranza di vittoria. Visto fallire il tentativo di far capitolare la città col solo fuoco dei cannoni, Truguet si rese conto che occorreva bombardare metodicamente la piazza e nel frattempo predispose un'azione combinata delle forze di terra e di mare. Il piano di operazioni fu studiato dopo che giunse nella rada un altro convoglio di bastimenti da trasporto con a bordo alcune migliaia di volontari provenzali, artiglierie da campagna, viveri e munizioni. A Cagliari non si nutrivano più dubbi che il nemico stesse per tentare uno sbarco in forze. Considerata la conformazione del golfo, due soli erano i luoghi dove l'attacco francese poteva essere tentato con qualche probabilità di riuscita: la piana detta di Gliuc, all'altezza del Lazzaretto, ed il tratto del litorale di Quartu compreso tra il promontorio di S.Elia e la torre situata presso il ruscello di Foxi, altrimenti detta "Torre degli Spagnoli". Il piano di difesa fu appunto predisposto in vista di quella duplice possibilità: il campo di Gliuc fu presidiato da Gerolamo Pitzolo, autorevole membro dello Stamento militare, con un migliaio di miliziani, mentre lungo il litorale di Quartu furono dislocati i dragoni del barone St.Amour con alcune compagnie di miliziani di fanteria ed a cavallo. Il Consiglio civico predispose i necessari approvvigionamenti per le truppe e per la popolazione in vista di una lunga resistenza. Il 10 febbraio Truguet convocò in consiglio di guerra, a bordo della nave ammiraglia, i comandanti delle unità navali e delle truppe di terra per rendere noti i suoi piani. Il primo obiettivo consisteva nell'occupazione delle alture fortificate di S.Bartolomeo, di S.Elia e di Bonaria, donde sarebbe stato facile bombardare la città alta ed il porto con mortai e con pezzi di marina trasportati a terra. Il generale Casabianca, comandante delle truppe di linea, doveva operare lo sbarco all'altezza del Margine Rosso, presso Quartu, ed occupare successivamente il capo S.Elia. Un'azione di alleggerimento sarebbe stata condotta da La Touche-Tréville, che sarebbe sbarcato nella piana di Gliuc con alcune centinaia di soldati per stabilire una testa di ponte utile alla manovra del generale Casabianca. Alcune navi dovevano battere in breccia le posizioni sarde nei luoghi indicati per lo sbarco, mentre il grosso della flotta avrebbe tenuto la città sotto il fuoco di un intensissimo bombardamento. Si trattava di un piano concepito secondo i più rigorosi dettami della strategia militare. Il 14 febbraio le navi da guerra si schierarono davanti a Quartu e sottoposero a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone St.Amour. Fra i miliziani vi fu anche qualche sbandamento, che il comandante giudicò come codardia di tutte le truppe miliziane: ciò spiega la sua esitazione a lanciarle all'attacco quando i Francesi, nei giorni seguenti, vennero a trovarsi in difficoltà. Lo sbarco fu eseguito nel corso dello stesso giorno senza essere minimamente ostacolato. Oltre 4.000 uomini ben armati ed equipaggiati presero terra e si attestarono al riparo di una improvvisata trincea prima di avanzare verso S.Elia. Contemporaneamente veniva tentato il diversivo su Gliuc, dove nonostante un furioso bombardamento dal mare, Pitzolo tenne ferme le sue milizie sulle posizioni stabilite e impedì che i reparti francesi toccassero terra. Le notizie che giungevano in città dal campo di Quartu erano disastrose: lo Stamento militare, riunito in permanenza, criticò vivacemente l'inerzia del comandante St.Amour e sollecitò dal vicerè la convocazione del Consiglio di guerra. Questo si tenne il 15 febbraio: pare che il Vicerè e qualche componente fossero propensi a una resa incondizionata. Intanto la città subiva un ennesimo intensissimo bombardamento: i cronisti riportano che quel giorno caddero non meno di 12.000 bombe. Furono convocati i comandanti Pitzolo e St.Amour e fu dato loro l'ordine di rompere gli indugi contrattaccando; ma durante la loro assenza le truppe miliziane di fanteria e di cavalleria, prese d'infilata dal fuoco radente delle navi nemiche, si erano ulteriormente sbandate, sicché non fu possibile eseguire sollecitamente il contrattacco. Il generale Casabianca aveva diviso il corpo di sbarco in tre brigate e le aveva avviate lungo la costa ai margini degli stamenti verso S.Elia. Le milizie sarde del campo di Gliuc, per tema di essere prese alle spalle, accennarono a ritirarsi verso la collina di Monte Urpinu, ma il comandante Pitzolo le rincuorò animosamente e predispose l'attacco frontale per il giorno successivo, facendo nel frattempo appiattare in agguato i suoi uomini nei vicini vigneti e andando egli stesso in ricognizione notturna. L'avanzata francese fu interrotta dal calar delle tenebre. Le tre brigate si attestarono a bivacco presso le saline e presero posizione in vista di possibili sorprese. La sorpresa venne, infatti, nel cuore della notte. Forse per l'allarme dato dalla vicinanza delle pattuglie sarde, forse per l'imprudenza di qualche sentinella francese (lo storico Manno riferisce che si trattò dell'abbaiare di un cane), all'improvviso echeggiò un colpo di fucile; altri colpi fecero immediatamente seguito ed in breve la fucileria divenne generale. I reparti francesi, credendo di essere attaccati e non conoscendo la dislocazione dei vicini, presero a scambiarsi nell'oscurità micidiali scariche.
Altra fase del reenactment "Le Giornate di Napoleone" svoltosi ad Ajaccio (Corsica) nel 1996 Il panico si impadronì di tutto il campo e la rotta fu disastrosa. E' difficile stabilire la verità storica di un fatto così singolare; è certo, però, che le truppe sarde non si resero conto di quanto succedeva e non passarono al contrattacco. Non si mossero neppure quando i Francesi, abbandonate armi e bagagli, si riversarono sulla spiaggia e chiesero di essere reimbarcati. Ma le condizioni del mare erano proibitive, sicché per quattro giorni oltre 4.000 soldati rimasero sul litorale esposti all'inclemenza del tempo, senza protezione e senza rifornimenti, in preda al terrore e circondati dai nemici. La condotta rinunziataria dei comandanti sardi fu in quell'occasione assai censurabile, eppure di un fatto così poco glorioso fu menato gran vanto, e fa meraviglia che uno storico autorevole come Giuseppe Manno parli di clamorosa vittoria e ne attribuisca tutto il merito a Gerolamo Pitzolo, chiamandolo pomposamente "salvatore della patria". Si sarebbe più vicini alla verità se, indipendentemente dall'incidente occasionale, la "débacle" francese fosse attribuita all'impreparazione ed al cattivo assortimento del corpo di spedizione, composto in massima parte di volontari provenzali: truppe raccogliticce, insofferenti di ogni disciplina, più coraggiose nell'usare la lingua che nel maneggiare il fucile. Stando alle relazioni degli stessi comandanti, fu la famosa falange marsigliese a darsi per prima alla fuga e a minacciare di appendere alla lanterna il generale Casabianca e gli altri ufficiali se non avessero sollecitamente provveduto a riportarli sulle navi. Cessato il maltempo, il 20 febbraio tutto il corpo di sbarco poté essere ricondotto a bordo. Qualche giorno dopo la flotta, assai malconcia per le avarie, lasciava le acque di Cagliari per radunarsi ancora nel golfo di Palmas. Ripartiva definitivamente per Tolone il 24. Solo nelle isole di S.Pietro e di S.Antioco restava una guarnigione di 700 soldati francesi. |
|
|