LA
SARDEGNA E LA RIVOLUZIONE FRANCESE
La
Sardegna, sia per la sua specifica collocazione mediterranea, sia
come parte integrante di uno Stato, quello sabaudo, confinante con
la Francia, ebbe modo di seguire abbastanza da vicino lo svolgersi
degli avvenimenti d'oltralpe e le successive loro proiezioni verso
l'Europa, pur restandone ai margini e, semmai, correndo il "rischio",
in qualche occasione, di esservi direttamente coinvolta, come nel
caso che ci accingiamo a rievocare, quello della tentata invasione
militare da parte delle forze rivoluzionarie francesi nel 1793. A
parte questo avvenimento, che col suo esito favorevole per i Sardi,
ebbe poi una importante incidenza politica nel piano interno, e a
parte la sollevazione antifeudale del Logudoro del 1795-96, resta
pur sempre il carattere di marginalità che certamente si attribuisce
alla posizione della Sardegna nei grandiosi eventi europei provocati
dalla "Grande Rivoluzione".

Artiglieri
francesi in una fase del reenactment "Le Giornate di Napoleone"
svoltosi ad Ajaccio (Corsica) nel 1996 con la parteciapzione del C.M.S.Cagliari.
Come è ben noto, lo scoppio della Rivoluzione francese
coincise con la fase declinante dell'assolutismo illuminato, e la
successiva diffusione delle idee rivoluzionarie fuori dei confini
della Francia pose fine, definitivamente, al movimento riformatore
in Italia e nel resto dell'Europa. Per la Sardegna, invece, il momento
delle riforme - sebbene non si possa parlare di vero e proprio riformismo
- era in declino da oltre un quindicennio, da quando, cioè, al fattivo
ed operoso interessamento del ministro Bogino era subentrato un certo
disimpegno di Vittorio Amedeo III, il quale ancora nel 1784, attraverso
i segreti canali della diplomazia, aveva offerto l'Isola all'Austria
di Giuseppe II in cambio di adeguati compensi in Lombardia. Così,
intorno al 1789, la Sardegna nel suo insieme ci appare come immersa
in un profondo torpore, anche se nella coscienza di alcuni intellettuali
affermatisi o formatisi nel fervoroso clima "boginiano" (i vari Cossu,
Deidda, Sanna-Lecca, Cocco, e i più giovani Azuni, Simon, Angioy,
Mundula, Obino, F.I. Manno, Pintor-Sirigu, Garau, Cadeddu, etc.),
sensibili più di altri alle nuove correnti di pensiero politico, economico
e giuridico, si era fatta strada, ma a livello puramente individuale
e non di gruppo o di corrente, l'esigenza di un profondo rinnovamento
delle arretrate strutture dell'isola, a cominciare dall'ormai anacronistico
ordinamento feudale. Per quanto riguarda la posizione della Sardegna
rispetto al fenomeno rivoluzionario, si può osservare in linea generale
che poco o nulla rappresentano i labili indizi di una diffusione nell'isola
di elementi della cultura pre-rivoluzionaria e della propaganda rivoluzionaria,
penetrati, secondo qualche studioso, presumibilmente attraverso non
meglio accertati canali massonici, e gli occasionali collegamenti,
informativi più che operativi, di qualche notabile sardo con elementi
giacobini di Marsiglia, se paragonati alle ben più profonde esperienze
maturate in Piemonte con la diretta occupazione e amministrazione
francese e altrove con le varie repubbliche satelliti (Cispadana,
Cisalpina, Ligure, Romana e Partenopea). Sul piano storiografico,
pertanto, è problema di rilevante importanza determinare quali fattori,
e con quale grado di incidenza anche di segno negativo, impedirono
o resero difficile la penetrazione e la diffusione in Sardegna dei
lumi preparatori della Grande Rivoluzione, poi fuorviarono o deformarono
ogni giudizio sulla Rivoluzione stessa, considerata unicamente nei
suoi aspetti eversivi e distruttivi, e infine, in una congiuntura
quanto mai propizia come quella dei moti antifeudali, non consentirono
che forze operanti in senso inavvertitamente rivoluzionario acquistassero
consapevolezza delle prospettive anche politiche della loro azione
entro il grande alveo dei principi dell'89.
LA FRANCIA
RIVOLUZIONARIA, LA CORSICA E LA SPEDIZIONE IN SARDEGNA
La
crisi politica sarda dell'ultimo decennio del '700 si apre col tentativo
della Francia di occupare militarmente l'Isola, di farne una base
sicura per il rafforzamento del suo sistema strategico e per la difesa
dei suoi interessi commerciali nel Mediterraneo, e di diffondervi
i principi rivoluzionari. L'occupazione della Sardegna, vista nel
quadro della situazione politica e strategica del Mediterraneo nel
momento in cui la Rivoluzione varcava i confini della Francia ed affrontava
l'Europa coalizzata, non può essere caratterizzata in senso univoco,
giacché nei propositi del governo francese, insieme col fine principale
di trarre il maggior vantaggio possibile dalle risorse economiche
dell'isola figurano accennati altri motivi: maggior sicurezza e libertà
per il commercio marittimo col possesso di nuove basi navali; diffusione
dei conclamati principi di libertà e di uguaglianza fra i Sardi da
secoli soggetti al dispotismo; abolizione dei privilegi ecclesiastici
e feudali; creazione di un secondo fronte di operazioni militari che
valesse a stornare dalla linea alpina importanti contingenti di truppe
piemontesi. Debolmente radicati, invece, erano nelle mire dei governanti
francesi gli intenti di una stabile e definitiva conquista. Ciò è
dimostrato, oltre che dalla scarsa importanza data dagli organi politici
e militari all'impresa, condotta poi all'insegna dell'improvvisazione,
anche dall'ordine di sospendere ogni operazione militare dato alla
flotta prima ancora che questa subisse la disfatta nelle acque di
Cagliari e di La Maddalena. Il Consiglio Provvisorio Esecutivo affidò
il comando della spedizione congiuntamente al contrammiraglio Truguet,
comandante della flotta del Mediterraneo e al generale Anselme, che
in quel tempo dirigeva le operazioni dell'Armata d'Italia nella contea
di Nizza. La guerra franco-piemontese era stata preceduta da un intenso
lavorio diplomatico. Vittorio Amedeo III sapeva di non poter difendere
con le sole sue forze le frontiere alpine; perciò aveva sollecitato,
forse intempestivamente, l'aiuto dell'Austria, ma aveva anche predisposto
i pochi mezzi in suo possesso per sostenere una guerra che si prevedeva
lunga e difficile.

Un
miliziano sardo difende un Dragone del Regno di Sardegna da un Volontario
Rivoluzionario francese. Modello in scala 54mm di Gabriele e Piero
Dell'Otto.
Il governo di Torino, tutto preso dagli approntamenti
guerreschi in terraferma, non aveva minimamente pensato di porre in
stato di sufficiente difesa la Sardegna. Rilevanti erano, invece,
i mezzi destinati dalla Francia alla spedizione. La flotta del Mediterraneo
era allora sotto il comando del Contrammiraglio Truguet e comprendeva
5 vascelli di linea, dotati ciascuno di 74 cannoni, 6 fregate, 6 corvette
ed altre unità minori. A rafforzarla sarebbe rientrata di lì a poco
dall'Atlantico la squadra del Capitano La Touche-Tréville, forte di
altri 4 vascelli. Le forze di terra erano poste agli ordini del generale
Anselme, comandante dell'Armata d'Italia operante sulla frontiera
del Varo. Questi si mostrò scarsamente disposto a distogliere dal
fronte continentale reparti di truppe regolari per inviarli in Sardegna,
mentre caldeggiò l'impiego dei volontari provenzali che erano rimasti
disponibili in gran numero dopo la facile caduta di Nizza. Tra i due
comandanti non fu possibile stabilire le necessarie intese: l'Anselme,
tutto preso dalla guerra sulla frontiera alpina, fece intender che
si disinteressava della spedizione di Sardegna, sicché l'iniziativa
fu assunta interamente dal Truguet, il quale, con scarsa ponderazione
e come preso da incontenibile frenesia, si diede ad allestire affrettatamente
il naviglio e il corpo di sbarco. Parte della flotta con la nave ammiraglia
gettò le ancore nel porto di Ajaccio per poi salpare verso le coste
sarde; secondo i piani, qui il Truguet sarebbe stato raggiunto dal
resto delle navi che il Capitano La Touche- Tréville teneva allora
impegnate in una spedizione punitiva contro il re di Napoli. In Corsica
Truguet pretese dal generale Paoli un contributo di truppe di linea
superiore alla metà degli effettivi disponibili in tutta l'isola.
Paoli, pur riconoscendo la inopportunità della spedizione, non si
oppose, anzi mise a disposizione del Contrammiraglio anche un forte
contingente di Volontari Nazionali, che sarebbero stati impegnati
in un'operazione di alleggerimento e di diversivo nelle acque dell'arcipelago
di La Maddalena.