I
MILIZIANI SARDI E LE TRUPPE DEL REGNO DI SARDEGNA
L'origine
di questa forza si perde nella notte dei tempi, ma vari studiosi sono
concordi nell'affermare che, già dall'epoca giudicale, alcuni personaggi
delle comunità paesane o urbane, si proponevano, per la loro moralità
o per tradizione di famiglia o altro privilegio, per comandare la
difesa delle popolazioni o per dirimere liti anche in modo "definitivo".
La storia del "costume" (non certo una vera e propria uniforme) delle
Milizie non potrebbe essere disgiunta da quella del costume civile,
sia per l'attaccamento dei Sardi alle loro tradizioni più distintive,
sia a causa dell'irregolarità di questo corpo "spontaneo".

Miliziani
sardi in un particolare tratto da una carta geografica del 1800.
Un documento inedito ci aiuta nella ricostruzione delle
sue vicende. Tale scritto, risalente al 1780 circa, ci racconta che
nel 1323, durante l'assedio di iglesias, l'Infante Alfonso, in occasione
di un furto di alcuni carri carichi di ba. gaglio destinati ai Catalani,
scrisse al suo Vicario Generale Pietro Deligia di ítobbligare gli
esenti a battere le campagne come erano tenuti e soleano servire il
Comune di Pisa: inferendosi da ciò, non solo che dal tempo dei Pisani
eranvi nel Capo di Cagliari certi esenti, li quali, per immunità e
franchiggia che godeano, erano tenuti a servire a cavallo, far le
guardie e battere le campagne per la pubblica tranquillità e servizio
del Governo". Ma anche dai documenti relativi alle rendite gabellari
dovute dai vari villaggi ai Pisani, pubblicati anche da John Day,
risultano esservi degli "esenti", i quali anziché pagare le tasse,
operavano in qualità di miliziani per la difesa della popolazione,
e la sicurezza dei litorali.

Cavalleggero
di Sardegna, primi anni dell'800
Ma con un salto di quasi quattrocento anni, e giungendo
quindi al periodo sabaudo, dobbiamo citare il Pregone del Marchese
di Cortanze datato 9 febbraio 1728, che regolamento le milizie nazionali
"sì d'infanteria che di cavalleria", comprese quelle di stanza in
Sardegna. Il vestiario doveva essere sempre quello in uso nelle varie
ville e questo può essere in parte confermato da alcune frasi dell'articolo
3 dove si legge: " - - - gli ufficiali, sergenti e caporali siano
e debbano essere sempre delle rispettive città e ville dalle quali
sarà composta ogni Compagnia" Si deve arrivare però al 1775, data
in cui viene promulgato il più importante Regolamento su tutte le
uniformi del Regno di Sardegna, per trovare una indicazione uniformologica
valida per le Milizie sarde. Per la ricostruzione di tali divise,
oltre i documenti scritti, ci sono d'aiuto alcuni figurini a colori
conservati sempre all'Archivio di Stato di Cagliari. Il colore rosso
è predominante per il giustacorpo, mentre i risvolti delle falde e
delle maniche sono neri. I calzoni e le sottovesti risultano bianchi
per la fanteria mentre sono gialli per la cavalleria. Naturalmente
in base ai gradi si possono notare le differenze relati vamente alle
"broderies' (dal francese bordure) nelle maniche e nel giustacor po.
Tale disposizione uniformologica viene confermata nel Regolamento
del 29 agosto 1799 che rende le Milizie un vero Corpo Militare definendone
i limiti di intervento e così via. Questo Regolamento promulgato dìrettamente
dal Re Carlo Emanuele ormai residente, e di cui è possibile leggere
anche un precedente progetto manoscritto, è sicuramente il più conosciuto
e il più considerevole nella storia sabauda delle Milizie sarde.

Miliziano
della Trexenta
Già i primi articoli dimostrano la manovra di accentramento
a livello organizzativo, disciplinare e costitutivo nei confronti
del Corpo delle Milizie da parte della stessa autorità governativa.
La medesima gerarchia che si evidenze nei successivi articoli fa in
modo che entrambi i dipartimenti (del Capo di Cagliari e Gallura e
del Capo di Sassari e Logudoro), siano sotto il diretto controllo
dei Principi Reali sotto cui si forma una serie di gradi maggiori:
Capitano Generale, Sergente Maggiore, Commissario Generale, che, comunque,
viene scritto testualmente: "... dovranno scegliersi fra i capitani
anziani e fra i maggiori delle truppe d'ordinanza". (Da notarsi che
ove fosse stato un capitano o graduato di qualche altro Corpo "regolare"
contemporaneamente anche ufficiale della Milizia, questi poteva mantenere
la stessa uniforme già in precedenza adottata). Proseguendo nel nostro
discorso uniformologico, viene confermata l'uniforme rossa del Regolamento
già citato del 1775. Si parla inoltre di "epaulettes", ovvero di spalline
inerenti i gradi portando così una sorta di effettiva militarizzazione
del Corpo all'interno del quale comunque persisterà una dimensione
"irregolare", non fosse altro per le stesse incombenze, soprattutto
all'interno dell'Isola, di barracellato e di controllo dell'ordine
pubblico che comunque restano le principali attività della Milizia
contemporaneamente alla difesa dei litorali.

Torre
Canai, S.Antioco, 1775. Soldati regolari del Regno di Sardegna
E' interessante notare, per sottolineare che alle spalle
della apparente organizzazione era presente una condizione di sfruttamento
e di povertà, che avendo ogni Compagnia di Miliziani una percentuale
di Cacciatori (una sorta di Corpo scelto all'interno della Milizia,
atto alla difesa dell'Isola in qualunque luogo ed in ogni momento)
i quali erano scelti, si legge "... fra gli individui di famiglie
più numerose, e in conseguenza meno necessari alle medesime......
Resta da evidenziare, riguardo l'uniforme, che detto Regolamento,
pur organizzando il Corpo delle Milizie in senso globale, permettesse
tale onore solo ai graduati di qualunque tipo lasciando evidentemente
libertà d'uso nel vestiario ai semplici miliziani che, si presuppone
abbiano continuato nell'uso di portare i loro abiti ítcivili", magari
per emulazione avvicinandosi per colori e forme alle uniformi dei
loro ufficiali. Unica eccezione per i "privilegiati" Cacciatori, ai
quali era permessa una sorta di bandoliera bianca distintiva, nonché
l'uso del fucile e sciabola d'ordinanza quando le circostanze lo permettessero".
Restano comunque confermati in maniera ampia, privilegi, esenzioni,
garanzie già di antica tradizione che possono ritenersi i veri incentivi
di partecipazione, in mancanza di un sistema di coscrizione obbligatoria,
per la maggior parte degli uomini validi all'attività e alla vita
delle Milizie. Carlo Felice, nel 1801 promulga un Regolamento per
la Fanteria e Cavalleria miliziana che ricalca il precedente, solo
che la disciplina militare viene curata in modo particolare e razionalizzata
con periodiche riviste nei villaggi più importanti per procedere al
rimpiazzo di uomini e di cavalli mancanti o di "soggetti poveri" non
in grado di provvedere da soli al reperimento di armi e cavalli, con
altri elementi cui concedere le patenti di miliziano perché, al contrario
dei primi, in grado di autogestirsi. La burocrazia con referti da
inviarsi direttamente ai Reali Principi in ultima istanza, tende a
rendere più "regolare" il Corpo delle Milizie. Un altro momento evolutivo
della storia delle Milizie, riguarda l'istituzione dell'Ufficio di
Primaria Ispezione e dei Reggimenti di Fanteria e Cavalleria Provinciale.
Il Regio Editto del l' aprile del 1808 giunge dopo qualche anno di
stasi, interrotta solo dal Pregone di Carlo Felice del 27 giugno 1805,
riguardante, in particolare le funzioni dei barracelli. L'Editto citato
accompagnerà la vita della Milizia sino al rientro in terraferma della
Casa Reale; l'importanza di tale provvedimento consiste nel rendere
in pratica regolare un Corpo, che, per quanto organizzato, era sempre
sfuggito ai controlli che potevano essere considerati militari in
senso stretto.

Portopaglia,
1827. Soldato e Ufficiale di Artiglieria
Le ispezioni che dalla data dell'Editto si moltiplicano
rendono più facile, o almeno meno distante dalla realtà, il controllo
della partecipazione degli uomini "abili" e non esentati alla Milizia
e al dovere di prestare servizio per la comunità: siamo alle soglie
delle coscrizioni. La tabella allegata all'Editto inoltre, ci dà anche
un'idea delle retribuzioni che, a loro volta, diventano un elemento
determinante per la "tregolarizzazione" del Corpo. Dal punto di vista
prettamente uniformologico, inoltre, la creazione dei Corpi provinciali
propone un rivoluzionamento, adeguando, anche in questi, il Blu Turchino
e l'abito corto, pressoché uguale per tutte le province, testimonia
la volontà di voler vedere anche da un punto di vista cromatico una
certa uguaglianza. Naturalmente le distinzioni fra reggimenti sono
da rilevarsi nei colori dei risvolti e dei paramani o del colletto.
L'uso del caschetto con piccolo cimiero è ormai esteso sia alla fanteria
che alla cavalleria. t da notare che il 1808 fu un anno di riorganizzazione
generale della situazione militare ma anche un momento di "levata"
di Corpi volontari (soprattutto in zone urbane come Cagliari, Sassari,
Alghero), ove non fossero bastevoli i Reggimenti provinciali. Le zone
urbane, infatti, per motivi di comprensibile assembramento, dovevano
essere sottoposte a controlli maggiori dell'ordine e della sanità
pubblici: pertanto tali battaglioni di volontari rappresentavano un
momento coadiuvante di particolare importanza. Una testimonianza di
particolare interesse per tutti gli appassionati di uniforníologia,
a proposito dei Reggimenti provinciali e delle Milizie, di epoca posteriore
al 1808 ma anteriore al 1815, è costituita dall'esistenza delle cosiddette
"Tavolette Savoia". Si tratta di 14 disegni ad acquarello su carta
fine, incollati su tavolette di legno poco pregiato raffiguranti,
nelle dimensioni di 20 x 1 0 cm., altrettanti figurini con uniformi
di otto reggimenti regolari e sei miliziani di varie parti dell'Isola.

Calasetta,
1773. Artiglieri del Regno di Sardegna
Francesco Alziator scrisse una monografia su questo
argomento, subito dopo che il Re in esilio, Umberto Il, aveva consegnato
queste tavolette al Sindaco di Cagliari, tramite un rappresentante
dei partito monarchico dell'epoca. I Reggimenti provinciali ebbero
comunque vita breve. La forza della tradizione, ma anche una radicata
convinzione nelle capacità autoctone, fecero sì che con Regio Editto
del 12 agosto 1815 la Regina Maria Teresa abolisse tale forza. Inoltre,
la scarsa popolarità raggiunta da forze regolari nel sedare tumulti,
spesso in modo sanguinoso e violento, che si susseguirono in quegli
anni, fece il resto. Ufficialmente l'Editto di Maria Teresa scioglieva
i Reggimenti provinciali in quanto "essendo cessati i motivi imperiosi
che diedero luogo a detta organizzazione, crediamo conveniente farla
cessare, d'abolire essi Corpi provinciali e di ripristinare la forza
nazionale sull'antico piede delle Milizie". La storia delle Milizie
continua ancora in epoche successive lasciando uno sbiadito strascico
anche nei nostri giorni con le compagnie barracellari che agiscono,
in forme simili alle epoche passate, in alcune zone dell'Isola, ma
meriterebbe ben altro spazio tale approfondimento. Inoltre l'elencazione
anche sommaria dei Corpi militari che furono presenti nell'Isola nel
quindicennio della "residenza" non può fermarsi a quelli brevemente
citati in questo scritto.
IL
TRAGICO DESTINO DEL "FORTE DELLA GUARDIA DE SU PISU".
Il
capitano del Corpo Reale di Artiglieria Ambrogio Capson, quando, nella
tragica estate del 1812 subito dopo l'incursione barbaresca, effettuò
i disegni del progetto del Fortino Nuovo, sicuramente non pensò che
dopo ben tre anni e alla vigilia della ancor più tremenda incursione
corsara, avrebbe dovuto insistere presso tutte le autorità possibili
per far concludere i lavori e completare l'armamento anche sotto la
corretta pressione del suo successore Efisio Melis Alagna. Il Fortino,
per la cui edificazione la popolazione di S.Antioco si tassò ovviamente
avendo ancora davanti i risultati della incresciosa inefficacia del
Forte del Ponte in occasione dell'assalto del luglio 1812, prese forma
sopra un edificio, di probabile origine punica, ed eco il perchè della
sue caratteristiche un po' anomale.

Bandiera
della Reale Artiglieria. Questo modello sventolo' sui pennoni del
forte "Su Pisu" nel 1815
La sua pavimentazione in pietre regolari, che risente
del dislivello sottostante, assume una forma di almeno due quadrati
irregolari, per cui si entra in salita dall'ingresso, che originariamente
doveva prevedere una sorta di ponte levatoio che, per le note ragioni
di penuria finanziaria, non fu mai relaizzato, e ci ritrova in piano
solo nella zona centrale del Forte dove è presente, in posizione centrale,
una polveriera con volta a botte. I vari ambienti che compongono il
Fortino sono circondati da un perimetro murario, (dotato pressochè
in modo totale di feritoie per fucileria), che, a sua volta, prevede
un camminamento che segue in modo regolare la costruzione.

Artigliere
del Regno di Sardegna, 1790 circa
Tra i forti sabaudi presenti in Sardegna non ve ne è
un'altro con caratteristiche simili anche se dal punto di vista della
effettiva difesa presta il fianco a varie critiche, la prima delle
quali, oltre a non essere stato completato da un fossato nella zona
perimetrale più esposta, fu quella che permise ai corsari di penetrarvi:
costruzioni esterne addossate al mastio. Inoltre, dalla documentazione
che testimonia l'insistenza con la quale il comandante militare di
S.Antioco, il maggiore Pastour, cercava invano di ottenere rinforzi
di truppe e le opportune riparazioni dlle fortificazioni, si può ottenere
un quadro più che sufficiente per comprendere come anche il Fortino,
paradossalmente chiamato Nuovo, non avrebbe potuto garantire una difesa
efficace in caso di assalto.

Modello
del Forte di Su Pisu in scala 1/35. Autore Mario Cannas (C.M.S.C.)
Ma il destino del Forte dela Guardia de Su Pisu è strettamente
legato a quello del giovane comandante, Efisio Melis Alagna, che vi
perirà eroicamente combattendo durante la strenua difesa in compagnia
degli altri componenti la sua scarna guarnigione. Efisio era nato
a Cagliari ed il padre, un commerciante che risiedeva con la sua famiglia
nel quartiera antico della Marina, aveva pensato per il figlio una
carriera militare e fu per questo che implorò il comandante di artiglieria
Pastour di ammetterlo alla Scuola dell'arma in qualità di cadetto.
Il giovane si distinse per le sue qualità di attento e perspicace
allievo, tanto che la sua carriera fu abbastanza veloce. Infatti,
lo ritroviamo, dopo solo un anno dalla sua uscita dalla scuola di
artiglieria, comandante del Fortino Nuovo di S.Antioco in costruzione
con il grado di Luogotenente e direttore dei lavori. Riesce anche
a farsi elogiare per essere stato efficace e veloce a correre in soccorso
dei pescatori della tonnara di Cala Sapone assaliti dai corsari in
un giorno della primavera del 1813. Poi, pochi giorni prima del combattimento
mortale del 16 ottobre 1815, viene nominato comandante militare dell'intera
isola di S.Antioco sostituendo il suo padrino d'armi, il maggiore
Pastour, trasferito al comando della Piazza di Carloforte, che ne
aveva sempre favorito la carriera.

Un
documento del 21 aprile 1813 con firma autografa di Efisio Melis.
In esso si dichiara, tra l'altro, che il Fortino Nuovo era stato costruito
con il contributo della popolazione di S.Antioco
Efisio Melis Alagna, quasi in una scena che verrà rivissuta
nel Texas, a Forte Alamo, a migliaia di chilometri di distanza e dopo
alcuni anni da personaggi entrati nella grande Storia, morì eroicamente,
insieme ai suoi fedeli compagni d'arme, tra cui alcuni miliziani e
civili, combattendo fino all'ultimo all'arma bianca e lasciando sul
terreno varie decine di assalitori e permettendo con la sua valorosa
difesa del Fortino de Su Pisu la fuga di gran parte della popolazione
verso i monti di Iglesias da cui, così come fu per Davy Crocket e
compagni in altra parte del mondo, non arrivarono mai i nostri.
.
LA
STORIA DELLA MARINA SARDA
I
primo germe della Marina sarda in epoca sabauda va individuato quando,
nel 1713, Vittorio Amedeo II ottenne, col regno di Sicilia, anche
quattro galere e tre velieri abbandonati dagli spagnoli nei porti
di quell'isola. Tali navi vennero affidate ad ufficiali siciliani
e piemontesi, coadiuvati da inglesi. I marinai vennero organizzati
su compagnie, riunite nel Reggimento Reali Equipaggi e, nel '17, la
flotta fu dotata di un "Regolamento per la disciplina", assai severo,
che avrebbe avuto una lunga validità. Le navi ottenute nel '13 non
andarono del tutto perdute nel '20 con la permuta avvenuta con la
Sardegna, la cui sorveglianza fu affidata, da allora e per decenni,
ad una squadra di tre galere che, per quanto venissero radiate, demolite
o sostituite, avevano sempre gli stessi nomi: Capitana, Patrona e
Santa Barbara. Nella seconda meta del XVIII secolo si pensó di dare
una svolta decisiva a questa situazione, riunendo a Villafranca una
commissione di ufficiali, che decise di sostituire le galere di questa
squadra principale con velieri d'alto bordo (vascelli e fregate).
Ricorderemo a questo proposito quali siano le differenze fondamentali
tra questi due tipi di nave da guerra: mentre le galere sono basse,
munite di pochi grossi cannoni e molti remi, i vascelli e le fregate
sono d'alto bordo, armati con decine (da 20 a più di 100) di cannoni
e a propulsione puramente velica. II basso pescaggio delle galere
permette loro di addentrarsi nei tanti golfetti a basso fondale che
si trovano nel Mediterraneo, ma molto più largo e il "raggio d'azione"
di un veliero, e l'arco dei mesi in cui esso può operare e praticamente
totale. Dunque, nel 1763-64, si acquistarono a Londra un vascello
(San Carlo) e una fregata (San Vittorio) che, se erano già vecchiotte
(e non durarono più di sei anni in servizio), svolsero una onorevole,
se non gloriosa, carriera poich´ non incontrarono mai, a giudicare
dagli svariati diari di bordo pervenutici, una sola nave barbaresca.
Ciò fu forse dovuto alla fama sparsasi di una nuova squadra cosi potente,
dato che allineava, oltre i marinai, un totale di centoventi fucilieri
ed una novantina di cannoni. Quando si decise di piantare la bandiera
sabauda sull'arcipelago maddalenino, queste navi funsero da scorta
indiretta alla piccola squadra che partecipo allo sbarco vero e proprio;
ne si può trascurare l'importanza rivestita da esse nell'esperimentare
nuovi sistemi di effettuare le crociere e nell'addestrare i marinai
locali ad operare sul nuovo tipo di mezzo, affiancati e comandati
da commilitoni e ufficiali inglesi già esperti.

Goletta
"Rondinella", 1845
Va detto che in ogni caso, anche in questa prima epoca
di grandi velieri, la marina sarda allineava anche unita sottili,
come le speronare, i feluconi e i pinchi, agili ed armati con pochi
pezzi. Demolite entro il 1769 le due grandi unita, solo nel '71 fu
riacquistata una fregata da trentadue, in Olanda, nuovamente al comando
di un inglese, e, con la salita al trono di Vittorio Amedeo III, si
rinforzo anche il naviglio sottile o, come si diceva allora, "I'armamento
leggero" con l'acquisto dello schooner Favorita e del cutter Speditivo,
ed il cantiere di Villafranca fu finalmente avviato alla costruzione
di una seconda fregata... i cui lavori richiesero tanto tempo che
essa giunse per sostituire anziché affiancare l'acquisto olandese
nel 1778. Le navi a remi riappaiono nella flotta sarda verso il 1781:
I'esperienza ha dimostrato che le potenti e senz'altro utili navi
d'alto bordo si sono rivelate troppo costose, e troppe volte, proprio
nelle acque sarde, si era riaffacciato con prepotenza il problema
dei bassi fondali, impraticabili per i vascelli, ma fin troppo comodi
per i naviglietti nordafricani in agguato o in cerca di scampo. Si
adotto un tipo relativamente nuovo di nave: la mezzagalera. Più piccola
della galera dell'ultima generazione, essa aveva trenta metri di lunghezza
e quaranta remi leggeri da richiedere un solo vogatore per remo, due
grandi vele latine, tre cannoni otto pezzi minori e duecentocinquanta
uomini compresi cinquanta fanti di marina. Si comincio con l'acquisto
a Napoli della Santa Barbara nell'82 e della Beata Margherita nell'anno
successivo ed entrambe furono destinate alle coste isolane. E, una
volta tanto, può dirsi, con buoni risultati. Infatti la Santa Barbara
al comando di Vittorio Porcile, catturava nell '87 uno sciabecco assai
più armato, ed entrambe, quattro anni dopo, catturavano una galeotta,
immessa nella flotta col nome di Serpente. Ancora la Beata Margerita
nel '92 affrontava due galeotte nordafricane catturandone una e danneggiando
l'altra. Quello stesso 1792 vedeva, come e noto, la spedizione francese
dell'ammiraglio Truguet contro la Sardegna del Sud, in cui la mar
i na s ar da eb be pi cc olissima o nessuna parte, che fu seguita
nel febbraio '93 dallo sbarco di Napoleone nelle isole maddalenine.
Esso fu effettuato da una flottiglia in cui la sola nave di una certa
importanza era la corvetta Fauvette.

Ritratto
di G.A.Des Geneys, comandante della Reale Marina Sarda durante le
invasioni barbaresche del 1812/1815 BIBLIOTECA MILITARE-CAGLIARI
Dopo un tentativo di investire proprio l'isola e la
cittadina della Maddalena, nel cui porto erano ancorate le due mezze
galere di cui già si e detto, un felucone e due gondole (piccole navicelle
tipiche delle Bocche di Bonifacio) e vista la resistenza della guarnigione
e di questa piccola flotta, i francesi (o meglio i franco-corsi, se
si considera la maggior componente etnica di questa spedizione) ripiegarono
su Santo Stefano. Da li, con alcuni pezzi, ricominciarono a colpire
La Maddalena. Ma Domenico Millelire, sbarcato alle loro spalle con
una cinquantina di uomini, mise in fuga Napoleone ed i suoi, costretti
ad abbandonare un pezzo di artiglieria. La guerra con la Francia rivoluzionaria
continuo per alcuni anni in terra ferma, ed in un episodio (I'assedio
di Oneglia da parte dei liguri alleati della Francia) si distinse
come comandante di piazza quel Des Geneys che doveva essere in seguito
glorificato come padre della futura flotta sarda rinnovata. Poco dopo,
Carlo Emanuele IV, costretto dall'invasione francese, abbandonava
i territori continentali, raggiungendo Cagliari. La flotta che, a
quell'altezza, avrebbe dovuto proteggere le coste sarde era un insieme
abbastanza eterogeneo di navi grandi e piccole, da cui mancavano vascelli
e fregate e spiccavano ancora le due mezzegalere distintesi a La Maddalena,
nonché la galera Santa Teresa, appena predata dagli inglesi a Genova
e rivenduta ai Savoia. Comandata da De Geneys, questa squadra avrebbe
avuto nel quindicennio successivo il compito di combattere corsari
francesi e non, respingere attacchi francesi che mai furono effettuati,
e, una volta di più, le frequenti presenze barbaresche. Già nel 1804
le due vecchie mezzegalere furono sostituite da altre due di nuova
fabbricazione, il Falco e l'Aquila.Nel 1804 tali navi, assieme alla
Santa Teresa e allo sciabecco Carlo Felice puntarono inizialmente
su Carloforte minacciata da un'ennesima incursione barbaresca, poi,
lasciato lo sciabecco in quelle acque, tentarono un attacco davanti
al porto de la Goletta e, di ritorno, catturarono una galeotta ed
un felucone. Per due anni non vi furono fatti di rilievo, salvo la
cattura e la ripresa, nella zona del golfo di Orosei, di un lancione
regio. A giudicare dai dati riportati dagli scrittori filosabaudi
dell"800,1'arrivo in Sardegna di Vittorio Emanuele I giovo moltissimo
alle istituzioni militari sarde. E senz'altro vero che, nel 1808,
la rottura delle relazioni commerciali con l'impero napoleonico mise
il piccolo stato sardo nella necessita di dover potenziare i propri
armamenti, ma ciò si fermo più spesso alle indicazioni che ai fatti.
Per quanto riguarda la flotta, sappiamo che nel 1810 essa non allineava
navi più grandi o potenti della galera e delle due mezzegalere gi´
nominate, e che la sua dozzina di unita non imbarcava più di un centinaio
di pezzi d'artiglieria compresi i minori. Lo stato di tensione internazionale
diede pero nuova vita all'attivita corsara occidentale. Si ricordano
in quell'epoca episodi di cui si resero protagonisti equipaggi francesi,
corsi, nonché del Regno d'Italia e di Napoli e non sempre nel ruolo
dei vincitori, come due navi avvistate in tempo e catturate da Giovan
Battista Albini comandante a quei tempi dello sciabecco Vittorio Emanuele
(armato con dieci pezzi ed equipaggiato da sessanta marinai).

Bandiere
della Marina Sarda
Ma il combattimento che resto più impresso nelle memorie
storiche e, come noto, quello svoltosi il 28 luglio 1811 a capo Malfatano.
In esso, le due mezzegalere ed un lancione sardi comandati da Vittorio
Porcile affrontarono tre navigli barbareschi, col fuoco e l'arrembaggio,
riuscendo a danneggiare e mettere in fuga una feluca e catturando
una galeotta ed un felucone. La prima eclissi di Napoleone diede a
Vittorio Emanuele I oltreché i suoi antichi stati di terraferma, anche
la Liguria, con la sua popolazione portata all'attivita marinara.
Fu comandante di questa Marina, rinnovata da tale apporto positivo,
proprio il Des Geneys che aveva guidato la flotta sarda negli anni
della residenza dei Reali in Sardegna. Purtroppo, il potenziamento
della flotta non fece in tempo a scongiurare, nel 1815, la ben nota
incursione barbaresca di Sant'Antioco, ultima ma non minore per gravita.
Erano gli anni in cui Des Geneys avviava la costruzione di due nuove
mezzegalere, della corvetta Nereide (in assoluto la prima della Marina
sarda), di un vascello raso e di una fregata (più una pagata volontariamente
dai commercianti genovesi) e almeno sette unita più sottili. Cio nonostante,
quando si propose un'azione comune di rappresaglia con la flotta inglese
del Mediterraneo comandata da Lord Exmouth, quest'ultimo affretto
la partenza, unendosi semmai ad alcuni velieri olandesi e riusscì,
dopo aver fatto parlare vigorosamente i cannoni, ad abolire il commercio
degli schiavi europei in Barberia.
LA
MARINA SARDA DA GUERRA
1680
| Galee
| Soldati
| Banchi
| Forzati
per banco
| Forzati
|
| Capitana
| 100
| 56
| 6
| 336
|
| Patrona
| 60
| 52
| 5
| 260
|
| San Francesco
| 60
| 52
| 5
| 260
|
|
| 220
| 160
| 16
| 856
|
1720
| Galee
| Capitani
| Sottufficiali e
gente di capo
| Soldati
| Ciurma
|
| Capitana Reale
| Cav. S. Esthienne
| 44
| 71
| 397
|
| Patrona
| Cav. Cortemiglia
| 34
| 71
| 305
|
| Santa Barbara
| Cav. Tigrini
| 34
| 71
| 316
|
| Sant' Anna |
Cav. Staiti
| 34
| 71
| 305
|
| |
146
| 284
| 1323
|
1810
| Navi
| Nomi
| Comandanti
| Cannoni
| Equipaggio
|
| Galera
| Santa Teresa
| Barone Des Geneys
| 8 cannoni, 2 obici,
6 spingarde
| 500
|
| Mezzagalera
| L' Aquila
| Cav. Vittorio Porcile
| 5 cannoni, 6 spingarde
| 200
|
| Id.
| Il Falco
| Cav. Gaetano De May
| id.
| 200
|
| Galeotta
| Bella Genovese
| Cav. Cugia Gavino
| 6 cannoni, 2 spingarde
| 60
|
| Lancione
| Sant' Efisio
| Zonza
| 1 cannone, 2 spingarde
| 21
|
| Id.
| Benvenuto
| Cav. Angioi
| id.
| 21
|
| Gondola
| Carolina
| Id.
| id.
| 21
|
| Brigantino quadro
| *
| Cav. Mameli
| 2 cannoni da 24, 2 da 16
6 carronate
| 60
|
| Brigantino latino
| *
| Id.
| id.
| 60
|
| Sciabecco
| Vittorio Emanuele
| Giambattista Albini
| id.
| 60
|
| Id.
| Il Generoso
| Cav. Luigi Mameli
| id.
| 60
|
| Tartana
| Tirsi
| Giuseppe Albini
| 5 cann. di diverso calibro
| 60
|
| Speronara
| **
| Guarnieri
| 4 carronate
| 20
|
* Questi due brigantini dovettero probabilmente portare i nomi di
Carloforte e San Vittore.
** Con bandiera inglese, e perció non calcolata nei legni regi
quantunque con equipaggio sardo.