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La postazione n°48 del caposaldo di Buoncanmmino (Quartu s.Elena) |
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LE FORTIFICAZIONI ANTISBARCO Fin dalla primavera del 1941 lo Stato Maggiore dell'Esercito aveva cominciato ad elaborare i principi direttivi per la difesa delle frontiere marittime. Si trattava di un articolato programma che prevedeva il potenziamento delle opere difensive poste a tutela dei porti, dei centri industriali e demografici. La novità era costituita invece dalla creazione di nuove strutture difensive lungo i tratti di costa più vulnerabili. Come attesta la documentazione d'archivio, il sistema avrebbe avuto il compito di "sventare eventuali colpi di mano, impedire alle truppe di primo sbarco di mettere piede a terra, arginare eventualmente l'avanzata fino all'arrivo delle masse mobili di manovra".
Portoscuso: postazione bunker a "toppa di chiave". I primi di manufatti posti nelle adiacenze della costa, non furono più ritenuti idonei a partire dalla fine del 1942, in quanto, lo sbarco inglese sulle spiagge di Dieppe, per quanto fallito, ne aveva denunciato i limiti. Pertanto fu concepito un sistema articolato in profondità, con posizioni di sbarramento più arretrate, aventi lo scopo di impedire la penetrazione all'interno del nemico, nel caso di uno sfondamento delle difese litoranee. Quanto a criteri d'attuazione, lo Stato Maggiore ritenne opportuno dare priorità alle opere da realizzarsi in Sicilia e Sardegna. Agli inizi del 1943 le opere difensive della Sardegna erano tuttavia ben lungi dal potersi ritenere completate. Le cause del ritardo, imputabili essenzialmente alla "scarsezza di mano d'opera, di mezzi di trasporto, di carburanti e lubrificanti", avevano suggerito ai comandi l'uso di misure eccezionali, quale per esempio la richiesta di precettazione degli operai per mobilitazione civile da parte delle Prefetture. Si finì tuttavia per ricorrere all'impiego dei soldati dei reparti costieri. Rispetto agli altri, la situazione del Settore del Sulcis-Iglesiente risultava nel complesso assai migliore.
Posto di avvistamento di Punta Planedda (Teulada). L'importanza attribuita alla zona per via del bacino minerario, aveva sicuramente spinto ad accelerare i lavori di fortificazione. Nel gennaio 1943 le opere dell'istmo di Sant'Antioco risultavano pressoché ultimate, come lo erano gli archi di contenimento di S. Caterina, Portoscuso, Portixeddu e Guardia Boe. Era incompleto solo l'arco di Funtanamare, nel quale erano in fase di completamento 18 bunker. Erano stati inoltre predisposti 10 sbarramenti stradali e realizzate circa 25 opere di fortificazione adiacenti al mare. Le opere di fortificazione erano costituite per lo più da casematte realizzate in calcestruzzo con camera di combattimento circolare e a feritoia multipla. Meno frequenti quelle poligonali a pianta rettangolare del tipo a feritoia singola o multipla. Queste ultime furono preferite alle altre, dal momento che consentivano un maggior volume di fuoco e la possibilità di battere un campo di tiro prossimo ai 360° ed incrociare il tiro in tutte le direzioni. Fucili mitragliatori e mitragliatrici costituivano l'armamento standard di tali manufatti.
Posto di blocco costiero (P.B.C.) di Nuraxi de Mesu presso "Domus de Maria", Teulada. Costruiti in posizioni rilevate o in maniera defilata nelle zone pianeggianti, spesso abilmente mascherati alla vista, erano preferibilmente disposti a caposaldo, in modo da fornire una reciproca assistenza di fuoco o poter continuare a resistere anche se superate. Completavano il sistema difensivo sbarramenti anticarro, postazioni per pezzi d'artiglieria, trincee in cemento per fucilieri, campi minati, reticolati, ricoveri e posti di comando protetti. Un ruolo importante assunsero i P.B.C. (Posti di Blocco Costieri), concepiti per lo sbarramento delle principali vie di comunicazione litoranee o di penetrazione verso l'Iglesiente. Fra i più significativi ricordiamo quello di Nuraxi de Mesu, lungo la via per Teulada, come pure il P.B.C. situato all'altezza dello sbarramento anticarro sul Flumentepido, a nord di Gonnesa.
IL SETTORE ORIENTALE Lungo l'arco di costa che va dalla Torre di Carcangiolas alla Torre del Mortorio e nell'immediato retroterra, si conservano ancora numerose casematte appartenenti ad un complesso e ben articolato sistema difensivo, approntato durante l'ultimo conflitto mondiale per interdire quella che storicamente ha sempre costituito una delle principali direttrici d'invasione del territorio sardo. La prospettiva, peraltro non infondata, di un attacco anfibio anglo-americano contro la Sardegna la nota Operazione Brimstone, si rese concreta nel maggio del 1943, in seguito alla sconfitta delle forze dell'Asse in Tunisia, e fu tenuta in seria considerazione dai comandi italo-tedeschi, anche dopo lo sbarco in Sicilia, fino all'armistizio dell'8 settembre. Attraverso i documenti, custoditi presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, è oggi possibile conoscere i criteri cui s'ispirava il dispositivo difensivo del Golfo di Quartu, nonché la consistenza dei reparti posti a presidio di questo vulnerabile litorale.
"Denti di drago" edificati nel 1943 presso lo stagno di Molentagrius, Quartu Sant'' Elena. Le prime strutture difensive sorsero a guerra iniziata, per iniziativa del Generale Antonio Basso, che nel 1940 aveva assunto il comando del XIII Corpo d'Armata, con giurisdizione su tutta l'Isola. Si trattava di piccole opere adiacenti al mare, del tipo a "toppa di chiave", con camera di combattimento circolare a feritoia multipla, idonee per una "difesa in linea", imperniata sulle batterie in postazione fissa ubicate a Capo Sant'Elia, Monte Urpino, Capitana e Torre Mortorio. Di supporto vi erano poi le truppe di manovra e alcune batterie del 16° Reggimento Artiglieria della 30ª Divisione di Fanteria Sabauda". Questo sistema, nato principalmente per dare protezione al porto e alla Base navale di Cagliari, si rivelava tuttavia inadeguato, a causa del numero limitato di postazioni, appena una trentina dal Poetto a Capo Carbonara, peraltro destinate al solo impiego di armi automatiche. Nel marzo 1941, nuove direttive, emanate dall'Ispettorato dell'Arma del Genio, posero le basi per una fortificazione costiera di concezione più avanzata. Ad essa fu assegnato come primo compito quello di opporsi alla costituzione di teste di sbarco nei punti di approdo più prevedibili, e successivamente di ostacolare la radunata delle forze nemiche al fine di impedire la penetrazione nel territorio. Quest'impostazione dava origine ad una difesa "a caposaldi", basata su nuclei di casematte, dotate di armi automatiche, mortai e cannoni controcarro, efficacemente mascherate e protette da reticolati disposti "a saliente", allo scopo di rompere la geometria del sistema.
Sezione di bunker del 1941. Le opere erano dislocate in prossimità della costa, in modo tale da battere i punti d'approdo e lo specchio d'acqua antistante, sia verso l'interno, in corrispondenza di strade, punti di guado e passaggi obbligati. Tutto ciò si riscontra nel cosiddetto Arco di Contenimento di Quartu, che si sviluppava a semicerchio per 16 km, ed era compreso fra la Torre di Carcangiolas, trasformata in un nido di mitragliatrici, Cuccuru Gannì e Torre Mortorio. Esso comprendeva non meno di 70 bunker, dotati in molti casi di tre camere di combattimento ed articolati in una ventina di complessi difensivi. Di notevole interesse risulta la sistemazione della zona del Margine Rosso, che ospitava i caposaldi di Carcangiolas, S. Anastasia, Riu Mendula, Cruxi de Pitz'e Serra, con il relativo Comando Tattico, Buoncammino e Simbirizzi Est, tutti disposti in modo da assicurare il reciproco appoggio di fuoco. Risulta di grande interesse il caposaldo di Riu Mendula, caratterizzato da postazioni interrate nel versante della collina, rivolte verso il mare e collegate fra loro da camminamenti sotterranei. Si segnala infine la presenza del lungo sbarramento anticarro che interseca l'estremità orientale dello stagno litoraneo.
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